Intervista a Mino Capuano

Intervista a Mino Capuano
XXII Edizione (2023) – Festival Del Cinema di Porretta Terme
Regista di Quanno chiove, intervista a cura di Giacomo Lenzi

Con la proiezione del film  Quanno chiove all’interno della selezione per il Concorso Fuori dal Giro 2023, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il regista Mino Capuano.

Quanno Chiove nasce come un cortometraggio di diploma che poi hai continuato in una produzione lunga sei anni. Ci racconteresti di più di questo percorso e dell’esigenza, sentimentale e artistica, che ti ha portato a volerlo proseguire?

Sì, diciamo che nasce come cortometraggio di prova per questa accademia che ho frequentato. Inizialmente nasce come una sceneggiatura di 20 pagine. Poi all’inizio delle riprese, non avendo alcun tipo di restrizione, il film ha iniziato a dilatarsi. Inizialmente il primo racconto, quello che doveva essere il cortometraggio, durava 50 minuti che abbiamo poi ridotto a 35. Poi ho iniziato a scrivere altre storie ed a capire che il mio approfondimento sulla malinconia e in generale sulla vuotezza del tempo era appena iniziato. Da lì nasce l’idea di un film a capitoli, cosa che mi ha sempre appassionato. Praticamente tutto nasce da un cortometraggio sbagliato.

Il film è una completa autoproduzione. Secondo te i limiti di mezzi e budget hanno portato, oltre alle ovvie difficoltà, qualcosa di speciale al progetto?

Domanda molto interessante Il non aver avuto soldi ha provocato l’allungamento dei tempi e quindi la durata di sei anni della produzione del film. D’altra parte diciamo che è stata una “fortuna”. Io sono cresciuto con il film ed ho capito pian piano come volevo raccontare le cose. Non ho avuto, non avendo investitori o alcun tipo di aiuto economico, limiti creativi. Solo limiti pratici. Abbiamo trovato modi fantasiosi e metodi alternativi per realizzare cose che sarebbero state costose. Attraverso un atto di resistenza e sopravvivenza ho imparato a scrivere tenendo conto di questi limiti pratici, scalfendo ancora di più il mio stile. Anche con i miei collaboratori e tutta la troupe si è creata una forte unione di intenti. Tutti volevamo portare al termine il progetto, nonostante le difficoltà economiche a cui poi si aggiungevano via via quelle di forza maggiore, dal terremoto di Amatrice al COVID.

In molti – non a torto – parlando del tuo film hanno citato il genere giapponese del shoshimin-eiga e gli esponenti che, con tutte le specifiche differenze, lo hanno reso grande: da Shimazu a Ozu fino a Kore’eda. Hai effettivamente tratto ispirazione dal cinema di questi autori o le somiglianze si devono a un inconsapevole bisogno, artistico ed emotivo, comune?

Non posso non negare che ho preso molta ispirazione da tutto lo stile giapponese che io definisco “del cinema gentile”. I ritratti familiari come Il gusto del Sakè, Viaggio a Tokyo, Tarda primavera e in generale tutta la filmografia di Ozu. Oppure tutte le prime opere di Kore’eda come Maborosi o più recentemente Fukada. Naruse Mikio parlava del Mono no aware, una sorta di concetto giapponese legato alla caducità della bellezza: quando stanno morendo le cose ci si sofferma sulla vita stessa e quindi si apprezza l’istante della vita. E l’apprezzamento arriva con amarezza e consapevolezza di quello che è stato. In particolare durante il terzo anno all’accademia ho studiato molto questi autori. Ho molti altri riferimenti come Linklater, Kieslowski e altri. Però trovo che il Giappone e l’italia, in particolare la Campania, abbiano molte cose in comune, in particolare le radici, la famiglia e il cibo. E io cerco di trovare una crasi tra queste due culture.

Nel finale della prima stagione di Mad Men, Don Draper parla della nostalgia come di una ferita emotiva in grado di essere più potente di un ricordo. Quanno Chiove emana, attraverso le parole di Pino Daniele ed i filmini amatoriali (tuoi e degli attori con cui hai collaborato), una forte nostalgia che diventa veicolo di memoria. Quanto hai effettivamente voluto ragionare su nostalgia e memoria nel film? Secondo te il cinema è (o dovrebbe essere) un mezzo in grado di lavorare sulla memoria personale e collettiva?

Quanno chiove è un film sulla scelta, su cosa significa scegliere, su cosa ci precludiamo nel farlo. Con il mio film volevo ragionare su questo attraverso tre fasi differenti della vita: dal giovane ragazzo, all’uomo, all’anziano. Su come la scelta sia poi origine di malinconia. Nel primo capitolo il ragazzo sceglie, giustamente, di andare ma da lì si origina la malinconia di un presente ormai passato. Nel secondo capitolo il passato diventa lacerante e la malinconia viene analizzata. Infine nel terzo il passato diventa amaro ma subentra una consapevolezza diversa e la malinconia viene accettata. Tutto questo ragionamento parte dai filmati di repertorio, che sono il vero punto di partenza di questo film, tanto i miei quanto quegli degli attori. Abbiamo una moltitudine di immagini e contenuti che vanno pian piano dimenticate. L’inizio di Facebook, una sorta di diario dove annotare tutti i ricordi, era qualcosa di molto simile alla Storia e soprattutto era molto cinematografico. Il cinema deve racchiudere la memoria collettiva, magari proprio rivalutando e digitalizzando gli archivi, rendendoli in qualche modo sociali.

Nostalgia e malinconia pervadono i tre capitoli del film e i tuoi personaggi. Oltre ai sentimenti a legarli è il loro rapporto con la provincia. Tu che per primo sei un ragazzo di provincia, quanto messo della tua esperienza nei personaggi? E visto che anche noi siamo un Festival legato a un territorio di provincia volevo domandarti: secondo te il cinema dovrebbe raccontare più spesso la realtà di provincia?

Venire dalla provincia comporta un’attitudine diversa. In provincia si vive calmi, quieti, più lenti. C’è ancora la noia in provincia, nonostante il ritmo incessante della società stia cercando di portarla via. Il cinema ha bisogno di raccontare la provincia. Ma bisogna anche riqualificare i cinema della provincia, non attraverso i multisala ma i monosala che, secondo me, stanno tornando in auge.