Intervista a Marco Righi

Intervista a Marco Righi
XXII Edizione (2023) – Festival Del Cinema di Porretta Terme
Regista di Il vento soffia dove vuole, intervista a cura di Carlo Grisieri

Con la proiezione del film  Il vento soffia dove vuole all’interno della selezione per il Concorso Fuori dal Giro 2023, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il regista Marco Righi.

Un film bucolico, profondamente radicato alla terra (natale e agricola), che affronta anche temi alti e riflessioni religiose, restando spesso nel silenzio e nel riserbo: come ha sviluppato l’idea originale?

Non sono un regista che lavora su idee forti che nascono improvvise nella sua mente, i miei film sono sempre frutto di una ricerca personale. In questo caso possiamo dire che ci sono state tre cose che ho voluto intersecare. In primis un fatto di cronaca locale di qualche tempo fa che mi aveva molto colpito, che in qualche modo ho assorbito e che è rimasto con me. Poi c’è il mio vissuto personale: a 18 anni circa ho avuto un momento in cui ho sentito l’esigenza di iniziare un percorso nel mondo della fede, anche se è stato molto individuale e più meditativo rispetto a quello del personaggio di Antimo nel film, più basato sul silenzio, sul raccoglimento. Infine, c’era la voglia di sviluppare un’indagine più cinematografica basata sul bellissimo saggio del regista Paul Schrader, “Il trascendente nel cinema”, provando a fare un film che, una volta arrivati alla fine, lasciasse nello spettatore in qualche modo la voglia di continuare il proprio viaggio esperienziale, di non far finire tutto con i titoli di coda.

Il vento soffia dove vuole è un film con poche parole, molto calibrate: la prima viene pronunciata dopo oltre 5 minuti…

Non è un caso, ovviamente, e la musica arriva ancora più tardi! C’era un’idea di messa in scena che perseguiva il silenzio, in qualche modo: credo molto in una frase del regista francese Robert Bresson secondo cui se non è essenziale inserire parole o musiche, è meglio lasciare il silenzio. Ho cercato di lavorare in sottrazione, quindi, di far “sentire” più che comprendere le cose, non volevo che tutto fosse intellegibile, volevo un racconto atemporale: Antimo cerca di vivere nella sua bolla, un mondo essenziale, concreto. Non c’era un reale motivo per mettere in scena il film in un tempo passato, è ambientato in un piccolo borgo sull’Appennino e ho voluto dare una dimensione contemporanea che però in qualche modo risultasse avulsa dalla modernità. L’aspetto religioso è legato anche a una certa tradizione locale, Antimo si è radicalizzato ma il suo percorso è il frutto di tante cose che non riesce a risolvere personalmente, c’è una sorta di ambiguità per tutto il film, non capiamo mai chiaramente quale sia la reale motivazione che lo guida. Qui in Emilia in molti luoghi la ritualità della religione scandisce le giornate, la religione è ancora molto sentita al punto che ci sono state negate alcune location che volevamo usare per le scene da girare nei luoghi sacri, non sembrava “appropriato” usarle in quel senso. Abbiamo dovuto ripiegare su una chiesa sconsacrata che abbiamo trovato in Appennino: la religione qui è ancora tanto sentita e tanto difesa.

Il film si apre con la frase “Niente somiglia più a un vero santo di un falso santo”: da dove viene e perché questa scelta?

La citazione è di Amédée Ayfre, un abate francese che è stato anche un teorico del cinema, ha conosciuto André Bazin e ha molto riflettuto su questa arte, ad esempio sui problemi estetici del cinema religioso. Mi interessava riflettere sull’ambiguità del falso santo: quello che fa Antimo è molto in contrasto con la sua caratterizzazione, dovrebbe seguire un determinato percorso e invece va altrove… forse il falso santo è il vero santo? Anche il tema del suicidio è focale nel film, mi sono interrogato molto su questo tipo di gesto. Antimo è un ragazzo estremamente solo, con il dolore che cova e forse anche con una patologia che non lo fa stare bene: a inizio film lui forse sa già quale sarà il suo destino, riflette molto sul suicidio della madre. È anche un tema molto dibattuto in ambito religioso: di certo non volevo farne un’apologia, e non volevo nemmeno lanciare una qualche provocazione, ho seguito quel che mi sembrava un percorso coerente per il personaggio protagonista.

Cosa ha portato alla scelta dei due attori che interpretano la coppia di fratelli al centro del film, Jacopo Olmo Antinori e Yile Yara Vianello?

Con Jacopo abbiamo fatto un grande lavoro di approfondimento sul tema del film, lui non credo che sia stato mai nemmeno battezzato, quindi era un po’ un terreno da approfondire insieme. Gli ho dato tante cose da guardare e da leggere, è un ragazzo molto maturo, acculturato, curioso. Ha iniziato la sua carriera lavorando giovanissimo con Bernardo Bertolucci in “Io e te” e questo gli ha dato da subito una speciale consapevolezza: doveva percepire la profondità di Antimo e restituirla con pochi dialoghi, sono molto contento di come ha reso il ruolo. Il personaggio di Marta, sua sorella, è forse quello più normale di tutto il film e mi interessava che rappresentasse l’equilibrio che gli altri non hanno. Oltre alle caratteristiche fisiche che potessero rendere credibile un legame di parentela con Jacopo, ho scelto Yile anche per la sua biografia. Lei è nata non distante da Porretta, in una collettiva, e fino a 13-14 anni non ha mai avuto l’elettricità: la sua aria un po’ naif, di giovane “alla scoperta”, la sua voglia naturale di vivere le cose senza troppe sovrastrutture era perfetta per il ruolo. È stata bravissima.

Nel 2010 la sua opera prima I giorni della vendemmia era un’opera bucolica girata in Emilia-Romagna con un sedicenne protagonista, Elia. Dopo tredici anni, Il vento soffia dove vuole è una storia molto diversa ma sembra avere alcuni tratti comuni: cosa ne pensa?

Li reputo due film molto diversi ma non mi sono mai fermato a riflettere su eventuali analogie tra i personaggi di Elia e Antimo. Pensandoci ora, in effetti hanno alcune cose in comune: sono entrambi molto radicati alla loro terra, che è anche la mia. Elia è più giovane, quello su di lui era un film sulla scoperta, mentre Antimo è invece più consapevole, c’è una certa distanza tra di loro anche perché nascono in due momenti molto differenti miei, come uomo e autore. Se Elia da grande potrebbe “diventare” come Antimo, sinceramente, non lo so… ma è una buona suggestione! Di certo il loro legame con l’Emilia è anche il mio, la mia terra per me è stata ed è ancora ispiratrice: amo molto gli autori di qui, e quando dico autori li intendo a 360 gradi, quindi anche i registi. Tondelli era alla base del mio primo film, ma anche questo secondo “vive” degli scrittori emiliani, della loro lunaticità che è anche forse la mia personale, della nostra conoscenza del territorio… Ho sempre vissuto qui, è un luogo al suo interno anche molto conflittuale: sono un osservatore affascinato e ho provato a metterlo in scena.

Ultima domanda, che forse andava fatta per prima: perché questo titolo al film?

Fa riferimento alle parole bibliche del Vangelo secondo Giovanni, con cui Gesù si rivolge a Nicodemo, un uomo religioso che si chiede chi sia quel giovane di Nazareth che sta creando problemi nel suo paese. Gesù gli risponde che “il vento soffia dove vuole”, cioè che lo Spirito di Dio vale più delle regole della Chiesa. Lavorando a questo film necessitavo di una certa libertà, io non sono di certo un autore che muove tutte le pedine prima dell’inizio delle riprese, non so mai esattamente cosa accadrà ai personaggi. Do alcune indicazioni in scrittura, lascio iniziare il loro percorso ma poi dove la narrazione ci porterà non lo so bene. Nel finale c’è un’ambiguità di fondo che voglio lasciare tale… il film stesso, potremmo forse parafrasare, “soffia dove vuole”.