Home Edizioni XXII Edizione (2023) - Festival Del Cinema di Porretta Terme Intervista a Dunja Lavecchia, Beatrice Surano, Morena Terranova

Intervista a Dunja Lavecchia, Beatrice Surano, Morena Terranova

Intervista a Dunja Lavecchia, Beatrice Surano, Morena Terranova
XXII Edizione (2023) – Festival Del Cinema di Porretta Terme
Registe di About last year, intervista a cura di Giada Sartori

Con la proiezione del film  About last year all’interno della selezione per il Concorso Fuori dal Giro 2023, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare le registe Dunja Lavecchia, Beatrice Surano, Morena Terranova.

Come avete incontrato la Kiki House of Savoia e nello specifico come vi siete avvicinate a Celeste, Giorgia e Letizia?

Il nostro film ha avuto un lungo tempo di incubazione, per capire e decidere chi e cosa raccontare è stato necessario ad un certo punto rispondere in maniera chiara ad una domanda che spesso ci veniva posta: perché volete raccontare questa storia? Abbiamo conosciuto la Kiki House of Savoia nel 2017, in occasione della prima ball torinese organizzata da loro. Un’amica comune ci ha contattate dicendoci che erano in cerca di qualcunə che si occupasse delle riprese durante l’evento, et voilà! La scena ballroom, fenomeno socio-culturale nato negli anni ‘60-70 a New York dalla comunità gay e transgender afro-americana e latina, diffuso in Europa e in Italia successivamente, è un ambiente affascinante e incredibile e siamo rimaste subito colpite dalla potenza visiva e dal senso di comunità che si respira all’interno. In quell’occasione abbiamo conosciuto Giorgia e Letizia (Celeste è entrata a far parte della House soltanto nel 2019 e si può dire che è coinciso con il momento in cui abbiamo deciso di raccontare le tre ragazze). Uno degli elementi della scena ballroom italiana che ci ha colpite e ci è più risuonato è stato la presenza delle donne cisgender, ovvero donne a proprio agio con la propria identità di genere. Ci è sembrata una chiara e spietata cartina tornasole del Paese in cui viviamo: perché le donne hanno bisogno di abitare uno spazio sicuro che è nato e costruito da altre minoranze, per esprimere liberamente sé stesse e il loro corpo? Possiamo rispondere con certezza che è soprattutto perché il mondo fuori sicuro non è.

Spesso quando si rappresenta la comunità LGBTQIA+ nel cinema italiano, si è soliti portare sullo schermo una persona singola, spesso inserendola in un contesto prettamente etero. About Last Year è uno dei pochi film italiani in cui ho visto sullo schermo una reale comunità. Cosa ha significato per voi portare la ballroom sullo schermo? Pensate che About Last Year possa aiutare il pubblico etero/cis ad avvicinarsi con meno pregiudizi con questo mondo?

Il mondo delle ballroom è un contesto incredibile, con un enorme potenziale visivo e umano e una forte valenza politica. Qui il senso di “famiglia” viene decostruito e ricostruito, si sviluppa intorno a valori comuni e a una grandissima voglia di ballare ed esprimersi per ciò che si è. Le singole soggettività sono celebrate nelle loro peculiarità, al ritmo di performance competitive davanti a cui siamo rimaste incantate, perché ribaltano e scardinano tutto ciò che nel mondo “fuori” viene normato e appiattito dalla cultura patriarcale. Allo stesso tempo, nel corso della scrittura di questo film, si è delineata in noi l’urgenza di raccontare una storia intima, personale, di tre ragazze e del loro percorso di crescita. Con questa consapevolezza, abbiamo scelto di non fare un film sul ballroom in sé. Piuttosto, nel nostro film la scena ballroom è lo spazio che le tre protagoniste hanno deciso di abitare, quello in cui crescere e autodeterminarsi. La comunità del ballroom ci ha accolte in questi anni di riprese, e ci ha concesso uno spazio prezioso per raccontare un tema universale: la necessità e l’importanza di trovare un safe place per formarsi, arricchirsi, armarsi per affrontare il “mondo fuori”.

Com’è stato il processo di realizzazione del film? Sia a livello di collaborazione tra voi tre registe che il dialogo continuo con le protagoniste. Come avete deciso cosa mostrare e cosa no delle loro vite?

Dopo i primi anni di ricerca, nel 2021 siamo passate allo sviluppo e poi alla produzione effettiva del film grazie all’incontro con la casa di produzione Base Zero e al finanziamento ottenuto dalla Film Commission Torino Piemonte. Trattandosi di un documentario non esisteva una vera e propria sceneggiatura, ma abbiamo lavorato a una scrittura e a una struttura, tracciando le vite delle protagoniste nel loro quotidiano, composto di lavoro, studio, amicizie, momenti in famiglia, allenamenti e partecipazione alle ballroom. Abbiamo cercato di attenerci alla struttura iniziale, lasciandoci al contempo sorprendere dalla realtà e adattando quindi il film agli eventi che accadevano (alcuni hanno dato alla linea narrativa una vera e propria svolta che non ci aspettavamo). A guidarci e a permetterci di mantenere saldo lo sguardo è sempre stato il focus sui temi che avevamo intenzione di trattare. A livello pratico, abbiamo curato la regia in condivisione, dividendoci però i ruoli tecnici: Beatrice e Dunja alla fotografia e alle riprese, Morena al montaggio. Abbiamo collaborato poi con due foniche per la parte di presa diretta audio, privilegiando sempre una troupe composta da donne, più adatta al clima che volevamo sul set. Nel tempo si è creato un rapporto di totale e profonda fiducia tra noi e le protagoniste: loro si sono fidate e affidate a noi, dandoci un accesso intimo e speciale supportato da un grande lavoro umano che abbiamo fatto tutte insieme. Il montaggio è stato poi determinante, la mole di girato era notevole e le scelte sono state fondamentali. In questa fase, che è durata 5 mesi, abbiamo ponderato ogni decisione, arrivando ad una versione finale dove ogni scena mostra ciò che per noi è fondamentale, a livello di temi e a livello di narrazione. Sapevamo di avere una grande responsabilità nei loro confronti, e questa consapevolezza è stata la bussola che ci ha guidate nelle decisioni di cosa tenere e cosa lasciare fuori.

Al centro del film c’è anche la reclamazione del corpo femminile, il diventare soggetto anziché oggetto. È un approccio che avevate già in mente quando avete deciso di realizzare il film o è emerso seguendo le protagoniste?

Le due cose sono strettamente legate. Quando siamo entrate in contatto con la comunità del ballroom, avremmo potuto scegliere altre storie, seguire altre persone e linee narrative. Loro tre ci hanno folgorato per la consapevolezza con cui vivono nel mondo, sia reale sia digitale. In quanto donne, sappiamo quanto sia difficile lavorare su sé stesse ed emanciparsi da tutto ciò che fin da piccole ci viene insegnato e imposto a proposito del nostro corpo e sessualità. Il conflitto è inevitabile, e corazzarsi necessario. Abbiamo deciso di raccontare la storia di Giorgia, Letizia e Celeste per i forti temi che portano, con il proprio corpo e il proprio linguaggio, in modi tutti diversi, sempre ironici e potenti. Ma non avremmo mai potuto farlo senza prima stringere un forte legame di conoscenza e fiducia!