Intervista a Marco Amenta

Intervista a Marco Amenta
XXII Edizione (2023) – Festival Del Cinema di Porretta Terme
Regista di Anna, intervista a cura di Greta Gorzoni

Con la proiezione del film  Anna all’interno della selezione per il Concorso Fuori dal Giro 2023, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il regista Marco Amenta.

Anna è un film profondamente legato al territorio. Come hai lavorato per entrare così in simbiosi con questi luoghi?

Avevo già fatto un film in Sardegna e la storia originaria da cui è tratto il film era una storia sarda. È vero anche che io sono siciliano, ho sempre avuto un forte rapporto con la terra. Mio nonno aveva un cinema, ma aveva anche gli animali. Il legame alla terra mi viene da dentro, dalla mia infanzia. Sono molto legato a questi valori, che poi sono universali. C’è qualcosa di personale e di profondo. Poi abbiamo fatto un grande lavoro di preparazione con l’attrice, lavorando in una vera fattoria. Ci siamo immersi in questa realtà affinché lei potesse muoversi in questo ambiente come se fosse veramente casa sua, come se fossero veramente le sue capre. E far sì soprattutto che le capre si abituassero a lei e a noi. Le capre non sono ammaestrate, sono animali testardi, individualisti, molto interessanti. Dovevamo far abituare gli animali non solo a lei, ma anche a me e al cameraman. Dovevano essere sempre attorno a noi durante il film, durante le riprese. Ed era fondamentale che fossimo preparati, perché sennò sarebbe stata una difficoltà, avrebbe allungato tantissimo i tempi, gestire gli animali è sempre difficile. Questa preparazione in effetti ci ha permesso durante le riprese di dare l’impressione che Anna fosse una vera pastora. Spero che sia stata resa questa naturalezza. Le riprese erano quasi riprese documentaristiche, perché lei ormai era parte di quel luogo assieme alle capre; libera in quello spazio, lo conosceva. Era come se non ci fosse una finzione nella recitazione, perché avevamo preparato quel mondo. Un po’ come il metodo Stanislavskij degli attori che entrano nel personaggio e poi sono quel personaggio, quindi non devono recitare, ma vivono in quel personaggio. Noi abbiamo fatto un lavoro di costruzione non solo sull’attrice, ma anche sui luoghi. Lei era parte di quel luogo, risultavano reali i suoi movimenti, il suo dar da mangiare alle capre. Per settimane siamo andati alle sette a dar da magiare alle capre, il pastore ci aveva insegnato che non dovevamo cambiarci i vestiti o lavarli; quindi, andavamo sempre con gli stessi vestiti, affinché le capre riconoscessero l’odore. Siamo entrati veramente in quella natura, in quel ritmo. Devo dire che ha pagato, perché lei nelle riprese sembra un tutt’uno. Poi chiaramente era tutto scritto, non è improvvisato, c’è una drammaturgia nel film molto costruita, quasi shakespeariana, da tragedia greca: le famiglie che si battono, i conflitti. C’è una grande costruzione di finzione, però la maniera di riprendere è un po’ documentaristica e viene da questo mio lato. L’obiettivo era rendere una veridicità, perché il pubblico ormai con gli anni è più smaliziato, vuole una verità e lo vede se gli attori non credono alla loro recitazione. Il pubblico chiede sempre di più una verità.

Il film è tratto da una storia vera. Come l’hai incontrata e come l’hai adattata per il grande schermo?

La storia nasce in realtà da due storie vere. La prima l’abbiamo incontrata sui giornali: un pastore sardo in lotta contro una multinazionale per un abuso edilizio sul suo terreno, la classica storia di Davide contro Golia. Nel frattempo, io avevo fatto un documentario a nord di Roma, su una delle ultime butirre, una ragazza pastora, che si occupava delle vacche maremmane allo stato brado. Da quando il padre era morto lei si occupava da sola degli animali, un mestiere considerato maschile, duro, faticoso. Tutto il paese, compresa sua madre, cercavano di dissuaderla, convincendola a fare altri lavori. Ma lei sola in mezzo alla natura, alle intemperie, alla difficoltà, agli animali, continua questo mestiere. Mi ha fatto scoprire come una donna pastora abbia un rapporto con la terra e con gli animali diverso da quello di un uomo. Molti elementi di Anna vengono proprio da questa storia, come il suo legame quasi materno con le capre. Era più interessante secondo me avere una figura femminile, quindi ho mescolato queste due storie. In realtà io sono sempre stato legato alle storie femminili, è un universo che mi piace molto e secondo me è molto importante parlarne oggi. Abbiamo creato il racconto della violenza che lei ha subito, non c’era assolutamente nella storia vera però è un tema che mi sta a cuore. Questo secondo me ha reso più profondo il rapporto del personaggio con la terra. L’ho fatto mio. È un qualcosa che viene dal mio essere documentarista, c’è uno spunto reale però poi totalmente trasformato in finzione.

Nel personaggio protagonista la tematica della violenza sulle donne si fonde sinergicamente con quella della violenza sull’ambiente. Anna non è però mossa da questioni ideologiche, agisce per una rivendicazione in prima istanza personale.

Sì, assolutamente, per me un film non deve essere ideologico o didattico. Il film deve essere un’avventura, il viaggio che fa un personaggio, che porta lo spettatore in un’altra dimensione. La tematica deve passare in maniera inconscia. Lei fa una battaglia viscerale. Questa seconda violenza cha fanno sulla terra lei la vive come una seconda violenza su se stessa. Vi è un parallelo anche tra il suo corpo che è stato violato, ferito e la terra che viene a sua volta ferita. Le immagini delle ruspe che penetrano la terra sono molto forti e contribuiscono a costruire un’associazione tra il corpo femminile (o il corpo in generale) e la terra, la distruzione della terra. Entrambe queste violenze sono in un certo qual modo spinte dal maschilismo che impera nel film e anche nel paese. Anna viene giudicata per i suoi comportamenti, perché è sola, i dirigenti dell’azienda pensano di potersi approfittare di lei. Anna invece oppone una grandissima resistenza, maggiore rispetto a tutti gli altri abitanti del paese che invece cedono al ricatto occupazionale.

Cosa ti ha spinto a scegliere di raccontare questa dimensione non tramite il documentario, come hai ampiamente fatto in passato, ma attraverso un lungometraggio di finzione?

Io vengo dal documentario, dal fotoreportage, ma il film, la finzione ti offrono la possibilità di andare nell’animo umano, nella psicologia del personaggio, nella mente e nel cuore. Nel documentario racconti molto bene il contesto sociale, la denuncia, la società. Nella finzione puoi aggiungere un lato interiore che nel documentario è più difficile da raccontare. Nel modo di girare il film, anche con la macchina da presa, siamo molto vicini ad Anna. La macchina da presa segue proprio il suo respiro, i battiti del suo cuore. Abbiamo voluto essere vicini a lei e nella sua intimità, nel suo percorso psicologico, ma anche nel suo inconscio. Questa seconda battaglia contro il resort in realtà è come una sua risposta alla prima battaglia. Inconsciamente reagisce anche perché la prima volta è fuggita e non è riuscita a ribellarsi. La finzione ti permette di raccontare proprio l’interiorità di un personaggio e accompagnarlo, seguirlo durante il film, con una certa evoluzione. Questa è la grande ricchezza che ti dà il film di finzione. A livello di suono e di immagini a me piace molto lavorare con la costruzione sonora e figurativa. Il significato delle immagini, i colori, i luoghi e anche il suono. Elementi su cui in un documentario puoi lavorare meno, perché c’è meno costruzione. Invece nella finzione puoi creare un racconto in cui il suono e l’immagine partecipano al senso del film, quindi non solo una ricerca estetica delle immagini, ma una ricerca che ha un significato. Ad esempio, nel film abbiamo questi fari del cantiere che entrano nella sua casa, penetrano dentro la sua dimensione, nella cornice di una costruzione cinematografica che ti aggiunge senso e ti racconta anche inconsciamente il suo essere circondata e aggredita dal mostro che la fabbrica rappresenta. Questa metafora non è solo nel dialogo e nelle immagini del cantiere, ma in maniera più viscerale lo spettatore sente questa invasione come la sente lei, resa attraverso l’uso dell’immagine e del suono.