Perché era importante raccontare questa storia?
In realtà noi raccontiamo tante storie. Questa è legata a mia madre che a sessantacinque anni, dopo un lutto grave – la morte di mio padre a seguito di una lunga malattia – si è innamorata un’altra volta e ha riiniziato a vivere. Adesso non la racconterei più così, adesso racconterei un’altra storia, ma allora sentivo questa necessità, perché avevo scoperto qualcosa che non avevo mai visto o non avevo mai voluto vedere: una donna matura che si riscopre e che ha voglia di provare ancora piacere. Da figli guardiamo le nostre madri sempre e solo come madri e non immaginiamo che nelle loro vite ci sia anche il desiderio sessuale, il desiderio di non essere soltanto madri o soltanto nonne, ma donne. E mi sembrava una cosa bella da raccontare.
Questo film di donne sulle donne, come parla agli uomini?
Non credo nella cinematografia di donne, credo nelle storie fatte e scritte da persone. Infatti, nel film non c’è solo la protagonista, ma anche il marito, che racconta da un’altra prospettiva, quella di uomo e di padre, come affrontare il lutto indicibile. Ad un Festival, al termine della proiezione, mi si è avvicinato un uomo, non riusciva a dirmi nulla, poi è scoppiato a piangere. In nessuna lingua esiste una parola per definire la perdita di un figlio. E da qui sono partita e ho deciso di raccontare quel dolore con i silenzi che portano ad una sospensione della vita.
Rosa è un film coraggioso che affronta molti tabù: la morte di un figlio, la sessualità e l’autoerotismo femminile in età matura, il nudo di un corpo ormai anziano, i sex-toys. Come è stato recepito fin’ora?
L’accoglienza è stata straordinaria. Alla fine delle proiezioni sono successe cose inaspettate e profonde, che mi hanno commosso. Le persone si sono riviste nei personaggi, hanno rivissuto il loro dolore, ringraziandomi anche, per averlo saputo esporre in maniera così veritiera e umana. Sulla sessualità femminile c’è grande curiosità e chi fa più domande sono i ragazzi, gli uomini. Ma quando si parla apertamente, il pubblico cerca di non toccare il tema dell’autoerotismo, quello viene sempre fuori dopo. Le donne mi si avvicinano al termine il film, fanno tante domande, parlano di sé. Alcune vengono da me e mi ringraziano, perché è bello poter vedere una donna della propria età che ha ancora voglia di provare piacere, oppure ragazze che non avevano mai pensato prima le proprie madri come donne. Quello che sto accogliendo, raccogliendo in giro per l’Italia sono le emozioni che ho voluto raccontare e chi mi vengono restituite dal pubblico. E questo per me è un grande regalo. Ma è un regalo anche che il film susciti reazioni negative. Mi è successo a Genova che una signora dichiarasse, di non essere d’accordo che una donna potesse ritrovare se stessa attraverso i sex toys, non lo accettava e per questo ha detto apertamente che il film non le era piaciuto. Però anche questa signora è tornata a casa pensando. II film quindi tocca comunque, anche quando non piace, anche quando dà fastidio o profondamente fastidio, come in questo caso.
Rosa racconta anche del confine – geografico, linguistico, interiore e fra le persone – e del suo superamento. Per te che sei triestina la domanda è inevitabile, cos’è per te il confine?
Io sono slovena di Trieste ed è ancora più complesso. Sono cresciuta in un mondo fatto di confini politici e soprattutto culturali, dove se eri sloveno, anche se vivevi in Italia, dovevi essere solo sloveno. E per me è stato molto difficile, a tratti doloroso. C’è un passato che ci hanno fatto pesare, un passato che ha diviso però io ho voluto sempre andare oltre. Oltre i muri, oltre le chiusure, oltre le paure e i pregiudizi. Perché in ognuno di noi c’è sempre il buono ma anche il cattivo, bisogna solo avere il coraggio di guardarsi dentro. Nel film l’ho voluto raccontare a modo mio, scegliendo una coppia in cui lui è sloveno e lei italiana, un mondo che mi piacerebbe esistesse veramente, dove le lingue si incrociano, si incontrano le persone e con sguardo curioso e diverso vivono il presente al di là di tutto. Ma ho voluto raccontare anche lo sconfinamento tra la vita e la morte, tra il corpo e la mente, tra l’essere e il non essere, tra amarsi e amare, come se tutto fosse in realtà un continuo fluire.
Rosa è un’opera prima, ma tu in realtà hai un passato da documentarista. Come ha influito sul tuo modo di girare un film di finzione?
I documentari li ho girati sempre con poche persone intorno, sono più semplici a livello organizzativo, avevo poco tempo per farli e anche poco danaro. Girare un film è una cosa completamente diversa, ti devi rapportare con tante persone che ti pongono sempre tante domande e vogliono da te anche altrettante risposte. Persone senza le quali non puoi fare niente perché ti aiutano a raccontare la tua storia, ma anche il tuo mondo interiore. In questo viaggio per me la cosa nuova è stata l’incontro e il lavoro con gli attori. Con ognuno devi trovare una strada per riuscire a raccontare il personaggio che hai in mente ed io mi sono divertita tanto, mi è piaciuto da impazzire! Del documentario porto con me l’approccio umano che hai con la realtà che ti circonda, con le persone, lo sguardo: quando tu racconti una storia attraverso il documentario è una storia vera. E’ la storia che racconti dal tabaccaio, dalla parrucchiera, è la storia che senti per strada o che leggi, ma devi trovare le persone che te la raccontino. E penso di essermi portata appresso quella verità, il tentativo di raccontare un mondo che non è di finzione, ma un mondo vero.